Viola di Michelangelo Rossato
Gira e rigira la chiave nel buco,
la serratura non si scassa.
Un piccolo orgoglio
una scaglia d’amore,
di cioccolato.
Uomini e donne senza
pudore
segreti col permesso di perdurare.
Le dolcezze di una cortigiana,
l’universo
di una donna
di nome Viola
Mi piacerebbe gustare il sapore delle fragole, dei lamponi. Oppure sprofondare
in quella landa di biscotti: vaniglia, crema…finissimo cioccolato. Signora marmellata,
lasciami entrare; sono una che non sa nascondere, sono una che non sa amare, che
non può…
Pare d’un tratto che il mondo mi lasci, una coperta di volgarità. Vorrei
essere più forte, nell’affrontare le mie imprese, il mio lavoro. Modestamente
non sopporto le sadiche regole imposte dalla popolarità. Assumere tutte le colpe
non è carino, per niente apprezzabile. E vanno ogni giorno in chiesa, con la moglie
e i figli…quelli che si avvolgono tra le mie lenzuola. Patteggio, a mia insaputa,
con il panettiere.
Paragonata da un’immensità all’altra, non cedo alle carezze fredde, senza cuore. Ma
questo è il mio lavoro, eccezionale imbroglio. Impassibile saga di contemplazioni,
pene d’amore senza passione.
Corsetti, lunghe gonne ad abbellire le mie belle gambe. Rossetti, lucenti perle ad
impreziosire le mie rosse labbra. Nessuno è più meraviglioso come casa mia. E le
piume rosate, il profumo di te. La menta e l’assenzio si insinuano nel naso. E i cuscini
rossi, i mantelli, i trucchi e i pettini. Diamanti gioielli da pochi soldi. Ma il bello sta
nell’aria. Nella voce delle stanze. Musica leggera a filo sull’erba fresca del mio giardino
al sole. E lo zucchero ti avvolge come la margarina. Un tango sfrenato, tra odori,
sapori e sogni.
Ho bisogno che qualcuno mi racconti le favole, che fanno ridere, che fanno paura. Ho
bisogno di un gatto da coccolare, da sfamare, da accudire. E così ho fatto.
Stava avvolto da un sacco di raso, sulla strada. Tacchi rimbalzano
sull’asfalto, i miei tacchi.
-“Povero, piccolo animale” pensavo mentre entravo
nei suoi occhi. Nero come la notte il suo manto, verde come la libertà il suo
sguardo, bianca come la luna la sua macchiolina solitaria sulla fronte. A casa!
Guardata dagli uomini (a volte vorrei appendere alla mia porta un cartello, scritte
grandi, in stampatello nero: Chiuso per necessità d’affetto). Latte, gli piaceva.
I croccantini pure. La carne in scatola, ma la cosa più importate: io gli piacevo.
Miogatto, il suo nome.
E mi vien da piangere a pensare, mi ricordo la mia Lucille.
La mia gatta di quando ero bambina: la coccolavo sempre, io e il mio papà. Un
giorno è morta, sotto il treno. E io ho abbracciato il babbo. Amavo il mio babbo,
mi piaceva. Ma non sapevo che anche io piacevo a lui. Il resto è troppo doloroso
da sopportare per una bambina…ricordo solo le sue mani fredde che entravano nella
mia camicetta.
-“Zitta!” sussurrava quando mi accorgevo della sua presenza, seduto
vicino a me, guardandomi nel sonno “Non svegliare la mamma! Lei non deve sapere
del nostro segreto! Tu vuoi bene al papa? Vero? Non sei come le altre bambine,
Viola mia…
…farai contento il tuo papa?!”
E gli anni che passano come secoli, il triste giorno in cui il capofamiglia si ubriaca.
Le pareti sanguinano, mia madre urla. È lui che la picchia. E io non lo sopporto:
entro nella sua camera.
La mamma è morta, lui dorme, sbronzo sul letto. È dolce la vita, quando non c’è
più nessuno a darti fastidio, e una pistola (a volte) è la tua migliore, unica
amica. Ora che la mamma è in cielo, ora che la pistola del babbo è lì, carica
sul tavolo.
…La afferrai e premetti il grilletto…dritto, in testa al mio incubo…
-“Bang! Bang Bang!”. Ci sono due infanti che giocano fuori. A volte scrivono sul
mio cancelletto, mi chiamano con il nome con cui non vorrei venire chiamata.
Tra loro c’è una strana telepatia, un branco di iene in riunione. L’età che odio più
di tutte è l’adolescenza. I piccoli uomini che si riuniscono e aspettano che esca
di casa. Pochi anni vissuti, è già pensano al peggio della vita. Ormoni caldi
scorrono nelle loro vene.
Fortunatamente non sono così sciocca da accettare i loro soldi: non rovinerei le loro vite.
Eppure uno c’è che mi vuol bene, che non mi guarda come una macchina dalle belle forme.
Il bel Michele, il raffinato quindicenne che bussa ogni sabato alla mia porta rosa acceso.
Ci scambiamo un sorriso, da buoni amici. Vien segretamente a trovarmi, per chiacchierare con me. -“Sei l’unica
che mi capisce” mi stupisce, dicendo. Suo padre non vorrebbe che frequentasse
una come me. Non mi guarda di buon occhio (ovviamente).
Il padre di Michele svolge un lavoro dignitoso sopra il suo altare egocentrico.
È un pastore, un rispettato cittadino (nessuna malalingua parlerebbe male di lui).
La ragazzina affetta da disturbi mentali, ci son volute poche parole per mandarla via dal suo catechismo.
Ipocrita!
Miogatto miagola: spesso Michele gli porta qualcosa di buono e a me regala la cosa più bella:
un bacio sulla guancia, prima di andar via. Io lo saluto, sorrido.
“Se fossi un po’ più grande, mi innamorerei di te…” pensavo “Sarai un
buon marito, un gran padre…”.
Chiudo la porta.
C’era una scritta grande, poco hiara: “Orfanotrofio femminile”.
-“Il padre ha picchiato la madre fino ad ucciderla, poi si è sparato alla testa” disse il poliziotto.
Non sopportavo il suo sguardo: forse non c’era nulla di cattivo in lui, ma ora mi sembrava che tutti gli uomini
avessero i suoi stessi occhi, gli occhi di papà. La suora mi guardò, mi prese
saldamente il polso e mi trascinò in un bagno. Fui svestita, lavata e costretta
ad indossare una camicia da notte.
Dormitori…dormitori…la parola mi risuona ancora nella testa.
Ricordo tutte quelle volte che io e la mia amica Kessi ci trovavamo
nel mio letto a leggere i libri “proibiti”, così raccontavano le suore.
Libri che inducono in tentazione. Erano interessanti letture, presenti anche adesso
nella mia libreria personale. “Le mille e una notte” ricordo ancora i titoli,
libri di filosofia, che cercavano di sfatare la nostra star.
Sferzanti agonie in cantina (i topi che mi mordicchiavano i piedi, che orrore) e tutte quelle paure
che le suore m’incutevano: -“Chi si fa male il segno della croce va all’inferno!”
urlavano. Io e Kessi mangiavamo le gomme durante la messa della domenica (e nessuno
si accorgeva!).Poi il brutto periodo adolescenziale. Io mi accorgevo di avere
un gran potere, sugli uomini: il prete che veniva a predicare mi guardava in un
certo, piccante modo. Quanto mi disgustava quell’essere insipido.
Le suore, invece, si resero conto che io ero troppo bella per continuare a camminare fra loro.
Provarono diverse volte a tagliarmi i capelli a zero, ma serviva ben poco: il mio viso non
cambiava, né il mio sorriso. La paura verso l’altro sesso sembrava finita, anzi:
mi attraeva. Ci chiudevamo in bagno a fumare, io e Kessi. Fumavamo le cicche da
pochi soldi che ci portavano i ragazzi da fuori: allungavano le mani oltre la
ringhiera e ci gettavano i pacchetti. Non avevamo soldi: solo baci innocenti da
vendere. Quanto mi divertivo con quei ragazzi, per niente stupidi, dovevo stare
attenta che non mi vedessero le suore. Un anno di segreti passò tra le ringhiere:
io avevo quindici anni quando mi innamorai per la prima volta. Lui era bello,
sincero e intelligente. Non lo vidi mai più. La suora maggiore stava in quel momento
ricamando accanto alla finestra: le nostre labbra avvicinarsi.
Dopo una sadica punizione, io e Kessi fummo gettate, come si fa con gli animali, in cantina.
C’era la finestrella aperta, quel giorno: quel felice giorno! Eravamo pronte ad assaporare
la vita, a respirare l’aria della libertà.
Toc. Toc. Toc. Sto facendo il bagno.
Immersa in una miscela profumata.
-“Chi è?”. Silenzio. Mi alzo, mi asciugo velocemente
e avvolta da un grande asciugamano apro la porta.
Forte, veloce e azzardato. La mano del pastore cade con violenza sulla mia guancia.
-“Bastarda!” mi urla. Io sono caduta a terra, sento il sapore del sangue in bocca.
Vicino al pastore c’è Michele, in lacrime. Le sue labbra sussurrano il mio nome.
-“Cos’hai fatto al mio ragazzo? Peccatrice!” Nella sua voce, sento le urla delle suore,
i topi che mi masticavano e soprattutto la violenza di mio padre.
E un’altra volta la mia mira non ha fallito. Il mio piede, dritto in mezzo alle gambe del pastore. Lui
cade a terra, gemente piangente in questa valle di lacrime. Prendo la mano di
Michele e lo trascino in casa. Chiudo la porta davanti all’uomo “santo”. I quadri
rimbalzano. -“Cosa ti ha fatto?” la mi voce stridula non riesce a formulare più
altre parole. -“I miei amici” non capisco “Hanno detto a papà che vengo a trovarti”.
Lo sapevo in cuor mio, il figlio del pastore che prova simpatie per la cortigiana.
Ottimo tema per i pettegoli. Sento il padre che cerca di spaccare la porta e urla
di aprirgli. Rido sotto i baffi, penso una frase ma non la dico (“Adesso proverà
ad entrare per il camino!”). Michele mi afferra le mani e mi dice che devo scappare.
Le sue labbra mi attirano, le sue buone maniere mi seducono. -“Ti amo” sgorga
dalla sua bocca. Io sorrido (mentre il pastore cerca di sfondare le pareti) -“Un
giorno…troverai una ragazza migliore di me, che ti saprà amare. E lei sarà molto
fortunata.” Accarezzo il suo viso. D’un tratto la porta si apre: vedi il pastore
scivolare sul pavimento e sbattere la testa a terra...
Abbiamo usato la mia cariola per portarlo a casa sua. L’abbiamo disteso sul letto
e io gli ho messo una fascia gelata sulla nuca. “Pover’uomo, troppo sicuro di se. Troppo pieno di pregiudizi.”
Michele mi saluta, poi mi ferma. Si avvicina e mi bacia dolcemente. Io lo abbraccio.
-“Abbi cura di te” gli dico (poiché sapevamo che suo padre non ci avrebbe più
fatti incontrare). Lui mi guarda con i suoi occhi scuri.
Che bella era la vita, ora che il mondo mi aveva donato le ali per volare lontano
dall’orfanotrofio. Cominciammo a frequentare i bar, trovammo due posti come cameriere.
Tavolo numero due: una lepre in salmì. Tavolo numero dodici: cavoletti di Bruxelles. Tavolo
numero sette: granita fredda al limone (poco agitata) e un gelato al pistacchio
(ottimo gusto) al bambino cicciottello che si sporge invano al bancone (troppo
alto). Ho notato che i neonati guardano sempre gli animali: i cani soprattutto:
i cani guardano a loro volta i cibi che i loro padroni ordinano, i loro padroni
guardano me. Io guardo loro, parlo con gli occhi -“Pensa a mangiare che a casa
ci sono tua moglie e i tuoi figli!”.
Troppo rischioso innamorarsi. È meglio non cadere più nella trappola:
questo era l’insegnamento della mia coscienza. Ma Kessi non mi ascoltava.
Era da alcune settimane che guardava il tizio del tavolo numero
tredici (quello che ordinava sempre Cognac con ghiaccio). Lui sembrava non essere
interessato…come no.
Tre mesi dopo, la mia amica Kessi muore di Aids. Ho sperato
tanto che la morte se la portasse via: non riuscivo più a sopportare il suo dolore,
i suoi gemiti notturni. Troppo giovane per soffrire così. Sulla pietra della sua
lapide la scritta: “Kassandra Ether, morta a soli diciotto anni”. Lascio cadere
una rosa blu sulla sua tomba, mi volto e lo vedo. L’uomo del tavolo numero tredici.
Dolce vendetta, soprattutto se lui possiede un’auto costosa e io un coltellino
svizzero. Non ho nemmeno fotografato il mio fantastico graffito!
È stupido vendicarsi così, nessuno dovrebbe farlo. È sbagliato, da carogne.
Ma provavo troppo odio per l’amante del Cognac (con ghiaccio). Rammento le sue bestemmie al cielo, le
sue grida di sfogo alle nuvole. La mia risata peperina!
È passata un’altra notte di luna piena. Ho preso i miei soldi e loro hanno scacciato la loro sete di piacere.
Non sopporto il mio lavoro, non lo sopporto più. Subisco la vita della gente,
le depressioni degli uomini. -“Mia moglie è incinta, sono stanco e non riesco
a andare avanti!” Mi ha raccontato l’ultimo fortunato. Il mio corpo costa caro,
i miei baci molto. Ma mi tocca fare questo per andare avanti. Di notte non dormo
a volte, a volte c’è la fila alla mia porta. Che orribile virilità maschile! Il
mio principe dovrebbe essere solo mio, senza voglie né fame di donne. Vorrei essere
vista come donna, non come prostituta.
Ernest, Giacomo, Antonio, Davide, Angelo, Claudio e Bastian.
Potrei scrivere un inventario su di loro, sulla quantità di
soldi che tengono in tasca, sulle loro fantasie. Con loro non sono più io, non
sono più Viola…sono volgarmente erotica.
È dura la fame, soprattutto quando vivi per strada.
Avevo lasciato il mio lavoro di cameriera, stupidamente. Il locale
mi faceva ricordare Kessi, mi faceva ricordare una vita triste, spenta senza luce
né voglia di andare avanti. Dalla padella nella brace. Mi ritrovai davanti ad
un palazzo: “Il Regno della dolcezza”. Stava scritto. Aprii la porta. Mi guardai
intorno: uomini e donne senza pudore. Camminai in disparte, disgustata. Tende
rosse, arazzi, tappeti indiani. Baci, carezze, dolcezze. La signora che mi viene
incontro è molto solare, abbastanza grassottella. I capelli rossi escono dalla
cuffietta e calze a rete. Mi convince -“Usa le tue doti, cara. Il cibo non ha
prezzo, e nemmeno il tuo corpo!”. Oh, la mia cara zia Sue, così la chiamavamo
io e le mie colleghe. Divenni una di loro, una cortigiana che vende il suo amore
agli uomini. Una creatura della notte, una fanciulla di malaffare.
-“Tocca a te!”
furono le sue parole. Era la prima volta. Indossavo un corpetto nero e una camicia
da notte di tulle scuro. Tacchi a spillo e capelli sciolti sulle spalle. Il primo
cliente. Il primo. Tutte mi avevano raccontato che non è facile. Ed io avevo paura.
-“È fresca monsieur!” disse zia Sue “Fate attenzione!”.
Lui era alto, più grande di me. Quarant’anni, cinquanta forse.
Occhi verdi, viso spigoloso e baffi biondi appuntiti. Una tigre affamata, pronta a scatenarsi.
Mi parlò un po’. Io…bacchettona.
Mi chiese come mi chiamavo.-“…V...Viola…il mio nome è Viola…” -“Grazioso” disse
lui accarezzandosi i baffi. Si tolse la giacca di velluto e si avvicinò a me.
Io ero una marionetta: zia Sue mi guardava dallo spioncino della porta.
-“Vi amo, Viola!” mi sussurrò all’orecchio il signore. Non so cosa mi prese, avevo voglia
di mentire: il mio corpo si sciolse, come il burro sul fuoco. D’un tratto mi sentivo
una sirena, una cacciatrice di uomini che poteva condurli dove voleva.
-“Vi amo anch’io, monsieur!”. Sospiri, mi accarezzò dolcemente, ma io ero fredda, non sentivo
niente…non sento niente. Peperoncini ballerini, gatti danzanti, frutti esotici,
cuscini di struzzo. Urla sensuali, animali selvaggi liberi dagli zoo.
Mi sembrava di non aver cambiato lavoro: lavoravo ugualmente in un grande ristorante, ma con
menù piccante. Il ricco signore dal cilindro blu, ama essere chiamato “imperatore”.
Il tredicenne timido figlio di duca, adora i corpetti stretti (per il piacere
di slacciarli con difficoltà). Il vecchio riccone con la barba lunga, venera i
tacchi a spillo (e le donne alte). Il giovane dallo sguardo schizofrenico, ama
i baci sul collo (e le labbra rosse).
Carne da macello, tipologie di donne. Sembriamo gli animali di una grossa fattoria…
Odio la gente che mi guarda storto. Odio tutti allora. Dalla vicina di casa, ai vecchi al bar.
Odio quelle che si vantano dei propri mariti, senza sapere che io li conosco molto a fondo.
Questa mattina: spese. Ho comprato molte cose.
La mia lista era proprio grossa: latte, pane con olive (e con sesamo) prosciutto crudo,
salame, burro, margarina, un chilo di mele rosse, banane, fragole e (la mia passione) cioccolato.
I miei clienti dicono che questa parola esce dalle mie labbra con indescrivibile dolcezza.
Cioccolato. Cioccolato. Cioccolato…
Alle mandorle, fondente, al latte, cioccolato liquido, alla menta, cioccolato colorato.
Il mio sogno sarebbe nuotare in una piscina di cioccolato fondente fuso. Una grande piscina,
anzi: un mare di cioccolato. Denso e profumato, con deliziose alghe alla liquirizia e conchiglie di cocco.
Mentre navigo con sguardo fisso davanti al bancone degli alimentari, la cassiera mi urla.
Dicendo che sto bloccando gli altri clienti. Io la guardo, raccolgo la spesa e me ne vado.
Sbatto la porta. Tre bottiglie di vetro sugli scaffali del negozio cadono a terra (per
non parlare del barattolo di vernice che si apre sulla testa della commessa.
Un’altra mira perfetta!)
Fuori scoppio. In una risata frenetica. Ma mi spengo subito: avvolto da un vestito nero
c’è il pastore che cammina poco distante da me. Prendo un colpo, mi volto e cammino agitata:
giro l’angolo e sospiro impaurita. Quell’uomo mi incute timore.
Guardo al di là del muro: non c’è più. (Anche se mi sarebbe piaciuto vedere
la botta sulla sua fronte. Tutto merito della mia fragile porta). Al suo posto
c’è una donna. Il suo viso esprime felicità, serenità. Sta camminando con un passeggino.
Quant’è bello il bambino che dorme lì.
-“Cosa ti succede mia cara?” Era zia Sue.
Non sapevo che in quel momento mi stesse guardando. Ero china su una ciotola,
avevo vomitato la cena.
Guardai la zia e mi veniva da piangere. Sue mi voleva bene, non avrebbe lasciato che
nessuno mi facesse del male. Bisbigliò il mio nome diverse volte. Prese un bicchiere d’acqua.
Bevvi un sorso “Sputa!” mi disse. La zia gettò il vomito fuori dalla finestra.
-“Cos’hai?” mi chiese “Cos’è successo?”.
Io non volevo parlare. Zia Sue sapeva.
Come le vecchie maghe delle fiabe. Sapeva che non era “cosa” la domanda: era “chi”.
-“Chi è stato?”. Avevo paura. Io stessa non sapevo. Era da diversi giorni che vomitavo.
Avevo nausea, timore del peggio. Raccontai a Sue di come, una solita notte,
il solito cliente cambiò fantasia. Cercai di fermarlo, di imporgli la regola, ma
non voleva ascoltarmi. Non volevo morire come Kessi, e gli incubi mi perseguitavano.
-“No, non sei malata.” Trattenni il sospiro. Sue aveva lo sguardo di una nonna.
“Aspetti un bambino” disse mentre mi sistemava il letto. Nessun cliente, solo Sue
entrò nella mia stanza diverse volte assieme alle ragazze che mi parlavano.
Una mi raccontò, che se volevo stare con loro dovevo fare come lei aveva fatto tanto tempo fa.
Non è un omicidio uccidere un feto, mi disse. Non volevo, non volevo uccidere il mio bambino.
Ora che sapevo, non avrei permesso a nessuno di togliermelo.
-“Ti conosco fin troppo bene, Viola.
Il tuo bambino vivrà. Devi andartene, scappa da questo locale, cerca qualcuno
che ti possa aiutare”. Sue mi aiutò a fare le valigie, trascorsi l’ultima giornata
alle candele del “Regno delle dolcezze”, per poi, la notte, scappare. Avvolta
da un mantello nero.
-“Mi mancherete” ci disse (a me e al mio bambino) zia Sue.
Amo l’ordine. Ti fa sentire la padrona di casa. Etichette, scatole, separatori…quante
belle parole! Parentela tra sesso e cibo…forse. In compenso nulla dà più piacere
del vero, puro amore. Miogatto mi guarda, Miogatto mi scruta imperterrito. Mi
allontano dalla cucina, forse un po’ triste, felice di aver finito le spese (odio
stare in mezzo a troppa gente). Radio, musica leggiadra. Non sopporto però i tormentoni,
le calde estati di parole senza senso; nutro però una particolare attenzione alle
voci particolari, che ti fanno sentire a casa, che ti fanno sentire una strana
voglia di diversità.
Pranzo in bianco (mi dispiace dirlo…devo tenere la linea), cena al lume di candela con lo specchio.
Chiacchierata con il gatto, balletto con la sera e tranquilla serata in terrazzo
ad osservare le stelle in cielo.
Un’altra notte. Non lo tollero, basta. Mi sembra una tortura questo susseguirsi di notti
a pagamento. Mi dondolo. Gioco con i miei capelli, ripensando alla mia antica
autoironia. Miogatto fa le fusa. “Se tu potessi ascoltare, se sapessi parlare”.
Chiudo gli occhi e mi addormento…
“Viola!”. Non so chi sia. Alberi, querce secolari, mi sembra di essere in quei boschi
delle favole. “Viola!” chi mi chiama? È Miogatto! Sta seduto su un tronco (indossa
degli eccentrici stivali rossi, non della sua taglia). “Ti sento” diceva “Ti parlo” ripete
incessantemente come una salubre serenata d’affetto. “Fra poco ti sveglierai” sussurra
“Non pensare di essere sola al mondo, c’è qualcuno che saprà amarti!”…
Campanello. Apro gli occhi. Foresta, Miogatto parlante, stivali color bordeaux numero 37,
erba e farfalle volano via. Come fumo. C’è il primo cliente, inizia un’altra notte.
Rosmary. Quel nome rimbombava nella mia testa e ricordo perfettamente quella
sensazione di disagio, come fosse ora. La porta che scricchiolava, l’antica casa nel
borgo di una città schiantata dal dolore. La voce di mia sorella. -“Chi sei?” il mio
cuore si bloccò. È veramente imbarazzante quando il silenzio riempie un discorso
(anche se il discorso tra me e Rosmary non era nemmeno iniziato). Si ha paura di dire
stupidaggini, e sembrare riflessi di un Io ingenuo e poco grazioso. “Mamma…mi aveva detto
che saresti andata lontano. Papà…” (questa parola uscì con amarezza dalla mia bocca) “…
ha detto che saresti diventata una disgraziata. Io dissi che ti avrei amato in ogni caso”.
Ora sapeva chi ero. Mi abbracciò, incredula. Due sorelle unite dallo stesso incubo.
Erano passati mesi, dal mio arrivo, io avevo spiegato cos’era successo. Rosmary
non sembrava stupita, mi capiva. Mi accarezzò il viso e mi diede coraggio. Solita
sera tranquilla, ero diventata una donna, finalmente, non un’orfana, non una prostituta
e nemmeno un’assassina. Ero Viola.
Poi quella caduta, le scale scivolose, batto la testa…. Lago di sangue. Rosso tutto intorno.
Il mio ventre…vuoto. Il mio pensiero…spezzato. Una ferita larga mi apre la pancia;
un fardello morto brucia all’aperto, in un falò. Ho guardato quella luce spegnersi.
Ho sentito un orgoglio morire, dentro di me. Rosmary pianse. Mi coccolò. Avevo già scelto
il nome: Orfeo l’avrei chiamato; Rosmary aveva preparato per lui un paio di scarpette.
Le tengo ancora con me, dentro una scatolina: un paio di piccole calzature azzurre,
quasi nuove…perché i piedi dei bambini morti non consumano le suole.
Singhiozzo, piango la marea, fiumi salati e laghi deprimenti. Alla mia malinconia
piace prendermi di sorpresa, alle spalle. Mi abbatte e mi chiude in una stanza. Avvolta
in un lenzuolo di sudore, i miei occhi rossi per il pianto. Non riesco a respirare, sento
un mostro nella mia gola. Rantolo, stremata dai sensi di rimorso, di angoscia. Non
riesco a scacciare quello che più mi invecchia, che mi uccide lentamente.
Guardo il soffitto, il mio letto disfatto e cado tra le righe di un libro qualsiasi. Ma non
sto leggendo, sto morendo.
Come posso continuare a non essere felice, finché il sole mi fa ricordare
chi sono.
Dovrebbe sempre esserci la luna in cielo.
Vorrei ricevere tante risposte, ma non ho le domande adatte. Se è vero che siamo tutti
uguali, e che il mondo ci abbraccia…perchè io sento tanto freddo?…
Orfeo. Il mio piccolo orgoglio tramutato in una pianta arida. Vorrei stringerlo,
baciarlo. A volte sento la sua voce, e mi sembra di vederlo. Vorrei avergli insegnato
tutto quello che io non so, tutto quello che mi sono persa. Ora avrebbe sette anni, che
grande. Sarebbe stato il mio piccolo uomo…ora non c’è più nessuno a disegnare il
sorriso sul mio viso.
Sempre più spesso impugno la corda, la lego al lampadario. Ma non ho forza per
farlo, non riesco a spegnermi…
Rosmary non ce l’ha fatta. Mi sono svegliata e lei non era più con me. Era diventata
una donna pipistrello, aggrappata ad una siringa, succube della polvere e del piacere.
I suoi occhi erano bianchi, lei sbavava. Distesa sul pavimento. Mi sentivo a pezzi
(come il mio cuore) a stento riuscii a trasportarla sul divano, la svegliai e chiesi il
perché. Ma non era lei a parlare, era la droga nel suo sangue. Me ne andai, zoppicante.
Guardai per l’ultima volta il mucchio di cenere in giardino. -“Ora basta, non sono una
bambina”.
Volevo finalmente vivere, avrei trovato un lavoro, e la cosa che avevo sempre
desiderato (e mai avuto) una casa tutta per me.
Le pareti erano sporche, i pavimenti lerci. La casa a pezzi, i mobili marci. Le tende
distrutte, i tappeti da buttare.
Il prezzo molto, molto basso. Riuscii a comprarla (una piccola catapecchia mal
messa in un paesino di campagna). Un anno bello quello, costruito con la diversità
dei sorrisi e della fatica. Lavoravo e godevo del tempo che passava, ero l’aiutante
bibliotecaria del paese e mi divertivo molto a indovinare i caratteri delle persone…Mi
piaceva osservare le facce delle persone mentre leggono i libri (certi piangono,
altri ridono, si riempiono di dubbi, sorridono). Teo (il bibliotecario) era sempre
gentile con me, mi aveva insegnato tutto sulla biblioteca. A volte ci chiudevamo
in una stanza a leggerci libri. Andavamo spesso al cinema, io e Teo, e poi, come
di rituale, andavamo a prenderci un gelato…
Troppo pochi. Non avevo i soldi per mangiare…come avrei fatto. Con la casa? Con il lavoro?
Fu una sera di mezz’estate che il mio nuovo giovane vicino mi bussò alla porta, in cerca
di zucchero. Voleva fare una torta…al cioccolato. Mi affascinava quel giovane, io
affascinavo lui…passammo velocemente dalla cucina al letto. Dalle parole ai baci,
dai vestiti alla nuda pelle. I suoi soldi cadere e rimbombare sul pavimento, i miei occhi
che lo guardano, disperati. Lui sbatte la porta ed esce.
Fu il giorno seguente che sua moglie mi bussò alla porta: teneva un passeggino vicino,
e un altro bambino le teneva la mano -“Mio marito mi ha raccontato che la nostra
nuova vicina è una persona molto simpatica” disse. Io conversai, con nochalance,
cercando di non approfondire. Circa un’ora più tardi il giovane ragazzo padre ci
raggiunse, mi fece l’occhiolino. Non riuscivo ad odiarlo, mi lasciavo sedurre dalle sue
quotidianità. Restò per alcuni mesi il mio amado senoir, ci trovavamo la sera, credevo
di aver trovato l'infelice passione (decadente delusione). Ma finché lui se ne andava
lasciando i soldi sul comodino, lasciando me, nuda fra le coperte... sapevo di non
amarlo. Amado senoir, amado mio, amami per sempre, raggiungimi questa notte a
sfamare la tua euforia di sesso congenita, la tua dionisiaca tendenza ad illudere….
Mi sembra di sentire il suo profumo. Tutte quelle spezie, che emozione! Aprirà fra alcuni
giorni, ed io voglio essere una cliente assidua. M’immagino affogare in tutto
quel piacere, biscotti al cioccolato al latte, scaglie di cioccolato azteco (il
segreto sta nel peperoncino e nei chiodi di garofano). I baci di dama, afrodisiache
pietanze dall’aspetto invitante, la cioccolata fusa che ti scotta la lingua e
i profumati capezzoli di venere (ad ogni nome buffo corrisponde gusto lauto).
Non vedo l'ora che la cioccolateria apra, non vedo l’ora di sprecare i miei soldi per
assaporarla. E la mia pelle non cambia, non riesco ad invecchiare e a volte vorrei
sfregiarmi. Mi sono rassegnata, ormai. E ho voglia di sentire un altro corpo sotto
le coperte, a riscaldarmi il cuore. Sento perenne discordia tra quello che faccio
e quello che sento…
Credo che conosciate tutti la corruzione della fame. Sapevo che avrei dovuto
rivalutare tutto, non avrei più dovuto cadere nello sbaglio.
Ma la povertà devasta la voglia di cambiare…
…E ancora mi ritrovo in una specie di ristorante, volgari menù, sogni dilaniati, notti
violentate irrimediabilmente. E quanti nomi da ricordare, quanti modi di fare: un
volgabolairo, questo è il nome di questo particolare dizionario che anche questa notte
devo sfogliare…
…sono costretta a sfogliare. Viola è partita, non sono più io da troppo tempo.
Miogatto è scappato assieme alla sua piccola famiglia (la sua fidanzata Fiordiluna aveva
partorito sette micetti) e mi ha abbandonata. Ora ci sono solo i clienti, le bestie.
E questa notte non ho voglia di lavorare, non ce la faccio più a rinunciare…ma
non sciopero. Ormai i visi non li guardo più, ormai non ho speranza. Ed ecco il
campanello… Apro la porta e lo accolgo. Lui sembra stupito…Vado in camera e preparo
il letto, gli prendo la mano e lo porto con me, ma lui mi ferma.
-“Non avete capito…io non voglio. Mi dispiace disturbarvi a quest’ora, ma ho perso
le chiavi di casa e…mi chiedevo se potevo dormire da voi questa notte.”
Sto volando, ora riesco a vederlo: i suoi lunghi capelli neri, raccolti in una coda
splendono sotto la luce, i suoi occhi profondi mi guardano e le sue labbra mi dicono
d’essere gentili…
Le sue spalle giocano con i miei sentimenti, riesco a stento a non abbracciarlo.
Preparo il divano, stendo le consumate lenzuola dal colore sgargiante e auguro
buonanotte -“Come ti chiami?” mi chiede.
Quasi non ricordo il mio nome -“Viola. E tu?”
-“Leonardo. Buonanotte!” lo saluto e lo guardo girarsi sul divano, così bello.
E finalmente ho chiuso la mia bottega, ho appeso alla mia porta: “Non sono
più una preda”, ho ossequiato la loro fame e non sarò mai più la loro inutile geisha.
I fulmini mi svegliano, ed ho paura che sia solo un sogno. È notte fonda
ormai e nessuno dei soliti clienti ha voluto inondarmi (hanno capito, spero).
Mi infilo una camicia e vado in salotto. È più forte di me, lo guardo mentre dorme,
nella sua dolcezza e nella sua forza, il suo respiro calibrato e lento mi calma
l’anima. Sembra un bambino, mentre con gli occhi chiusi muove le labbra ed i capelli
sciolti sui cuscini che sanno di pulito. Ho fatto molto piano, ho alzato le lenzuola
e mi sono insinuata nel suo sonno. Che piacere sentirmi abbracciare…come avrebbero
fatto gli altri, lui non ha fatto. Si è svegliato e ha capito. Il ragazzo mi ha
accarezzato il viso e una lacrima ci è scesa sugli occhi. Ho abbracciato lui e
lui mi ha amata. L’amore platonico, un bacio inesistente e passionale ci ha fatti
addormentare, l’uno stretto all’altra. Finalmente respiro!…
Il sole ci ha svegliati,
lui ha aperto gli occhi e mi ha chiamata per nome…
Non sono mai stata più felice fino a questo momento.-“Dillo ancora!” gli ho detto. Lui
ha sussurrato il mio nome ancora una volta, e da quel momento vorrei sentire sempre
il mio nome sulle sue labbra vermiglie...
-“Vieni come!” io lo ho abbracciato, mi sono appoggiata al suo petto e ho baciato il
suo ventre. Ho accarezzato i suoi lucenti capelli e mi sono persa…nei suoi occhi neri.
Avvolta da un vestito di provenza, lui che mi stringe la mano siamo andati verso il suo
lavoro. Era nuovo in paese, aveva veramente perso le chiavi di casa ma possedeva
quelle del suo negozio, disse.
Gira e rigira la chiave nel buco, la serratura non si scassa: si apre con dolcezza,
la porta cigola con delicatezza ed entro per la prima volta nella cioccolateria…
-“Questo è il tuo negozio?” gli chiedo, anche se so che la risposta sarà un “si”.
Accarezzo le pareti e incontro un’altra volta gli occhi di Leonardo…abbiamo parlato
a lungo, in quei discorsi semplici senza concludere niente ed ora ci troviamo
davanti ad un burrone. -“Tu sai chi sono, sai che cosa sono…non potrà funzionare”
piango davanti a lui “Guardami, sono disgustosa!”. Lui mi stringe -“Non importa
chi siamo stati…importa chi siamo ora!” ha detto. So di essere amata per la prima
volta, so di amare veramente anch’io. Non voglio che nessuno me lo porti via,
e vorrei che questo momento duri in eterno. Il negozio scompare, la cioccolata
anche. Zia Sue si licenzia, Miogatto scappa libero da tutti i padroni, il mio
amado senoir non ha più fame di carezze, Michele non è più succube del padre,
i clienti abbracciano le loro mogli, mio padre se ne va per sempre nell'ombra,
Kessi può riposare in pace, le suore capiscono di essere state troppo crudeli
e Orfeo mi guarda da lontano.
-“Adesso non ho piu paura!” ho detto a Leonardo.
Ci siamo amati tanto, ed abbiamo trascorso il pomeriggio al negozio, avvolti dalla passione.
Fare l’amore è bello quando sai di amare l’altra persona e vivo questa sensazione
per la prima volta…
Ora so, ora conosco cosa vuol dire “essere felici”.
Lavorare in una cioccolateria è una cosa meravigliosa (riesco a capire i caratteri di
tutte le persone e conosco a memoria tutti i cari gusti, tutti molto buoni!).
E gli anni sono passati come minuti e sono rinata.
Viola è tornata e gli scheletri negli armadi sono volati via!
E' martedì diciotto maggio, il tempo è bello, l’aria è fresca e la gente si sta svegliando
dal letargo, io sto preparando il the alla menta, Leonardo dorme assieme a Vera,
nostra figlia di quasi un anno. La pianta di viole sul davanzale si è svegliata e i fiori
sono sbocciati come ogni mattina, gli uccellini cinguettano e le api cominciano a ronzare
nel loro alveare; Miogatto è tornato come sempre assieme alla sua piccola famiglia
e le campane battono delicatamente le sette. Prendo il the e vado in camera, Leonardo
si è svegliato adesso e i suoi occhi mi augurano il buongiorno, i suoi capelli
mi ripetono sempre “ti amo”. Vera si sveglia e ha fame di latte: mi distendo sul
letto assieme al mio amore e comincio ad allattare la nostra piccola bambina dagli
occhi belli. Sorrido assieme alla mia nuova famiglia, alla mia nuova casa e al
mio nuovo lavoro. Sorrido assieme al mio amato, assieme alla mia bambina, assieme
al mio gatto ed assieme alla mia nuova vita, che ha cancellato quella vecchia
e ha portato la serenità che ho sempre sognato e che non ho mai avuto. Fuori ci
sono quindici gradi celsius, il vento fa ballare gli alberi del paese ed entra
sinuoso dalla finestra accarezzando il viso a tutti e tre, portando in casa una
danzante coperta di fiori di pesco.
Ninfe e ninfette, filmati flash