Di Michelangelo Rossato
Avrei voluto sentire
il suo battito.
Avrei voluto sentire la
sua musica.
Voglio sempre stare assieme
a lei,
una luce
in un nero cammino,
una candela
nelle tenebre
dei miei giorni.
Non voglio vedere,
voglio vederla.
Faccio finta,
gioco quotidiano
che da svariati giorni
metto in atto.
Fingo di parlare,
con qualcuno che non c’è.
Fingo di ridere, con il tempo.
Fingo di litigare con il vento.
Fingo di essere felice,
di vivere.
Mi deprimo a volte,
mi faccio pena.
Ho cuore,
quasi sempre spezzato,
da troppe urla e disprezzi.
Ho mente,
quasi simpre irata,
da troppi pensieri diabolici,
sadici,
crudeli,
contro persone,
che hanno solo la colpa
di vivere e di annullare
la mia esistenza.
Certo che lei mi capirebbe,
è come me,
piccolo serpente dalle ironiche spire,
drago avvampato
e una dolce sirena dalla glauca coda.
Si muove la lancetta,
passa un altro secondo
di dolore,
passa un’altra parola cattiva
dalla mia bocca,
un’altra mia maledizione viene
scoccata sulla sorte
di colore che hanno colpe,
e vengono trattati
da imperatori,
mandarini e tiranni.
Giaccio qui,
dondolando,
in una stanza.
Non c’è nemmeno la
mia ombra a farmi compagnia,
poiché è come pece
l’aria,
i miei occhi non vedono nulla.
Ma se ci fosse lei qui,
sarebbe bianca questa stanza,
dimenticherei tutto.
Ma lei non c’è
sempre.
E io vivo
solo quando lei
mi fa compagnia.
Vivo solo,
un giorno
in un lungo mese.
Un giorno per scordare
la triste fine che mi attende
indubbiamente...