di Michelangelo Rossato
Il triste canto eccheggiò per l’ultima volta.
Come una campana d’oro,
di paesi lontani,
case impregnate di un’alone rosa,
un odore di naftalina
e un intenso orgoglio infantile.
Il suo canto saltò tra le pareti
dell’ironica stanza,
le note venivano scritte
da un sarcastico professore
al limite della sopportazione.
Era lì,
ferma,
immobile.
Una statua eburnea,
occhi plumbei e
il suo sguardo era pesante,
tortura incessante e permanente.
Un nodo allo stomaco,
sono stufo di ascoltare le solite
eccentriche regole severe.
Sono quasi liquido e
lei mi sta raggiungendo.
È bella,
è dolce,
è come quei desserts,
che io odio,
ma che a volte
si dimostrano estranei
all’indifferenza ignorante
e invidiosa.
Le sue mani toccano il mio volto,
rinasco.
Le sue labbra baciano la mia fronte,
mai prima d’ora,
ho paragonato questo
alle gioie mortali
che inutili sprechi di tempo!
Tutte le invenzioni,
sono rime per i suoi capelli.
Le sue scaglie sono taglienti,
sanguino,
ma nemmeno la morte mi può distogliere
dal suo bacio etereo.
Ora lo spazio si addensa e nessun rumore
è diverso dalla sua voce.
Ora mi abbraccia e mi porta verso
l’abisso nero e cupo.
Sarà lei l’unica luce,
nel buio della vita.
Sarà la musica soave
delle sirene a svegliarmi
la mattina
finalmente mi ha trovato