“…La favola d’Alice rimane
come un sogno di cose lontane,
come un dolce ricordo gentile
chiuso nella memoria infantile,
come l’odore dell’eroina
che uccide i sogni di una bambina.”
Volume 1: Le Avventure di Alice nel Paese delle Macchine - racconto di Michelangelo Rossato - CAPITOLO UNO: Alice in catene (nel quale Alice diventa adulta, per quanto adulta Alice possa essere) Alice fin dall’infanzia era stata una bambina particolare. Molto particolare. A volte pretendeva di essere due persone (e di parlare con un coniglio bianco). Odiava i libri senza dialoghi e senza figure e da quando, in un caldo pomeriggio d’estate aveva fatto le valige per uno strano mondo, Alice non fu più la stessa. Il paese delle meraviglie restava dentro di lei, ma non riuscì mai più ad andarci. Gli anni passarono, i capelli si allungano e vanno tagliati, come le unghie dei piedi e delle mani. Sette, otto, nove, dieci...aveva pressapoco sedici anni Alice quando scoprì il modo di tornare nel suo nostalgico paese. Ma quando andò per la seconda volta, non era più quel lieto paese, era diverso: retrogusto sinistro. Sempre più spesso Alice ritornava dal paese magico svegliandosi, slacciandosi l’elastico dal braccio e riponendo il suo segreto in un cassetto. Tra una giornata e l’altra, Alice faceva lunghi giri in bicicletta (la sua passione più grande) e entrava diverse volte nel paese delle “meraviglie”. È il trenta luglio, Alice entra nel paese magico ma con poca cautela. Nel giro di pochi minuti va in overdose ed entra in coma. Alice si trova ora avvolta da tubi che la tengono in vita, come legata a mille catene, come quel pesce che vive in simbiosi col suo squalo, come una farfalla che perennemente sopravvive succhiando il nettare di un fiore. ****************************************************************** CAPITOLO DUE: Alice puerile (Nel quale Alice entra nel suo amato mondo, per quanto amato può essere un mondo illusorio) Giù, sempre più giù. E le lacrime le scesero sugli occhi… Le pareti dell’immenso buco in cui Alice stava cadendo erano tappezzate da mobili di ogni tipo. Una persona normale si sarebbe chiesta -“Dove mi trovo?” Alice no. -“A quale latitudine e longitudine sarò arrivata?” si chiese. Fin da piccola era affascinata da quelle parole e le ripeteva sempre (anche se allora non ne conosceva bene il loro significato). Era tornata nel suo mondo, il paese delle meraviglie! Per accertarsi che tutto fosse come anni e anni prima, afferrò un barattolo “Marmellata d’arance” c’era scritto sull’etichetta. Ma era vuoto. Una persona normale e affamata come Alice lo era in quel momento si sarebbe dispiaciuta. Alice no. Ripose il vasetto sopra una delle tante credenze e si abbracciò ridendo come una bambina. Si mise il dito in bocca e guardò in alto. -“Ma quella sono io!” disse, ed era vero. Un’Alice intubata, piena di tubi stava lontano e lontano dall’Alice che stava precipitando. In quel momento Alice si rattristò e, volgendo gli occhi verso il basso si accorse di essere arrivata alla fine del buco. Cadde dentro una grande culla e con difficoltà riuscì ad uscirne. Si guardò attorno e con attenzione camminò ordinatamente sulle mattonelle color avorio. Le sembrava di essere tornata la bambina di un tempo e non si ricordava più il motivo di questo viaggio. Chi aveva ucciso i suoi sogni? ****************************************************************** CAPITOLO TRE: Alice selvaggia (Nel quale Alice vuole tornare indietro, per quanto può tornare indietro una tossicomane) Ed ecco che un coniglio con panciotto le passò vicino. Alice voltò la testa per osservarlo meglio. Camminava con passo frenetico, come se avesse delle api nelle scarpe (anche se le scarpe non le indossava). Senza esitare la ragazza lo seguì. Il coniglio la vide con la coda dell’occhio e velocizzò il passo. Alice sorrise -“Ora ricordo tutte quelle situazioni assurde” pensò “tutto è meraviglioso ora che il mondo mi ha abbandonato!” Alice sapeva che in quel mondo poteva essere se stessa poiché nulla in quel paese può sembrare strano o insensato: tutto è strano e insensato! -“Posso diventare una donna libera!” si ricordò “Posso lasciarmi al mio lato selvaggio e innaturale!” -“Il tuo lato animale!” sibilò un topo che le stava accanto “Tutti abbiamo un lato animale!” Vicino al topo stavano molti altri animali, tutti bagnati fradici (solo un poco più tardi Alice si accorse di essere bagnata anche lei) -“Cosa fate?” domandò. -“Una corsa confusa per asciugarci!” Alice sorrise divertita e si ricordo di quando, da piccola, aveva partecipato anche lei a quella corsa. Si accorse, però, che il coniglio non c’era più. Stava per chiedere informazione agli animali, ma nemmeno loro c’erano. Alice si guardò attorno: non c’era proprio nessuno, anzi, c’era il nulla davanti a lei. Tutto era avvolto da una nebbia acre e densa. Qualcosa di viscido le bagnò la fronte: alzò la testa e vide l’orrore. La bava cadeva da un viso senza occhi. Una bocca piena di denti aguzzi stava divorando quel coniglio con panciotto. Il mostro la vide e sorrise. La lunga coda viscida toccò terra e le ventose si staccarono dal soffitto. Alice sudava freddo: il mostro gettò nel vuoto il cadavere del coniglio (che non sarà mai più in ritardo), che rotolando andò a finire vicino ad una montagna di corpi senza vita: un dodo, un topo, una civetta e molti altri animali erano accatastati l’uno sull’altro. Il mostro si avvicinò alla ragazza. L’alito della bestia puzzava di morte e di un odore ad Alice familiare. La lingua biforcuta uscì dalla bocca e leccò la guancia di Alice. Urlò, con tutte le forze che possedeva in quell’esile corpo ****************************************************************** CAPITOLO QUATTRO: Alice Marianna (Nel quale Alice tenta di essere qualcun altro, dato che nessuno vuole essere lei) -“Marianna! Svegliati pelandrona!” Era il coniglio bianco con panciotto “Smettila di fare incubi: è tardi, troppo tardi. Hai tante cose da fare!” Alice sgranò gli occhi per lo stupore: era nella casa del coniglio bianco e lui era ancora vivo! Era stato solo un incubo! La ragazza abbracciò l’animale con panciotto il quale (quasi con un gesto schizzinoso) cercò di evitarla: -“Dai Marianna, non hai tempo per le effusioni! Sbrigati, vai in camera mia e portami un ventaglio e un paio di guanti!” Il coniglio bianco (sempre con passo frenetico) uscì di casa. Alice si alzò in piedi e sbatté forte la testa contro i mattoni del caminetto, poiché era lì dentro che poco prima si era assopita. Uscita dal caminetto si scrollò di dosso la polvere (che stranamente era bianca) e, uscita dalla stanza (per precisare era il soggiorno) salì le scale. Si trovò di fronte ad una porta. Sul legno rosato la scritta: “Stanza da letto dell’egregio Coniglio B.” -“Non ci si può di certo sbagliare!” osservò Alice, e mentre con delicatezza entrava nella stanza, la sua mente pensava a cosa poteva significare quella “B.”: bello? Biricchino? Bastardo? Bidestro? Bianco? Quest’ultima ipotesi sembrò la più sensata ad Alice (poiché non vedeva perché il coniglio bianco volesse farsi chiamare con diversi nomignoli). La camera del coniglio era molto sporca (diversamente dalla scorsa volta, in cui era pulita e profumata). Sopra il tavolo vide i guanti e il ventaglio, ma non osò indossarli. Li afferrò e si voltò. Con la coda dell’occhio, però, notò di aver lasciato lì qualche cosa. Si voltò e prese in mano la siringa che stava languidamente riposando sul tavolo. Su di essa stava scritto: “Usami”. La siringa volò fuori dalla finestra e Alice uscì di corsa dalla stanza dell’egregio Coniglio B. (che sta per Bianco). Uscita di casa si schiantò contro qualcosa di morbido: era il panciotto del coniglio! -“Marianna! Quanto ti c’è voluto per andare a prendere un paio di guanti e un ventaglio! Dovevo essere ricevuto dalla regina in persona e mi servivano! Ma ci hai messo troppo” quest’ultima parola assordò Alice “Ho avuto il tempo di andare dalla regina e tornare a casa!” -“Se i guanti e il ventaglio erano così importanti perché allora è andato senza? Poteva venirseli a prendere da solo dato che io sono così lenta!” Pensò Alice, o meglio, Marianna. -“Ascoltami Marianna, porta questa lettera alla Duchessa” sventolando una grossa busta davanti alla povera ragazza “e dille che è un invito da parte della Regina ad una partita a croquet!” -“Sempre con questo croquet! Non conoscono altri sport quaggiù?” si domandò Alice. -“Forza Marianna, corri, la strada la conosci a memoria!” e così dicendo il coniglio bianco spinse Alice fuori dal cancelletto e la salutò freneticamente con la zampa.-“Questa Marianna non fa una vita difficile: sta al comando degli altri ed è contenta di essere lei stessa, poiché nessun altro starebbe al suo posto sapendo che è difficile essere se stessi senza sapere di esserlo” Alice non capiva cosa stava dicendo, così accorciò dicendo: “Sarò Marianna da ora in poi, finché la Marianna vera non sbuchi da qualche parte!” ****************************************************************** CAPITOLO CINQUE: Alice? (Nel quale Alice non si ricorda il suo nome, per quanti nomi Alice ha in testa) La foresta era proprio fitta: si vedeva a malapena il sentiero che Alice stava percorrendo da alcuni minuti, con quella lettera enorme in mano. Il fumo la avvolse e, come una marionetta, la ragazza cominciò a seguire quell’odore strano. Quando andò a sbattere con il naso sul cappello di un fungo, Alice alzò la testa. Un grosso farfallone stava appollaiato come un avvoltoio e guardava Alice con i suoi occhi bluastri. Stava fumando una lunga pipa e non sembrava interessato ad Alice ne a nessun altro. Poi (come un sonnambulo che si sveglia) il farfallone si illuminò e chiese ad Alice (soffiandole il fumo in faccia): -“Chi sei tu?” Alice aprì la bocca per dire il suo nome, ma stranamente non lo ricordava con precisione. Certo, il nome “Alice” le pareva familiare, ma non era del tutto sicura che fosse il suo; anche “Marianna” aveva già sentito, ma nemmeno questo era gran che soddisfacente. -“Chi sei tu?” insisté il farfallone. -“Vorrei tanto risponderle” disse Alice “ma non sono sicura di essere io!” -“In che senso?” domandò il farfallone ispirando il fumo. -“Nel senso che ho dimenticato la ragione per cui sono capitata in questo mondo e ora ho dimenticato il mio nome!” -“In che senso?” ripeté il farfallone espirando il fumo. -“Ho già spiegato il senso!” osservò Alice. -“Il senso di che?” disse il farfallone. -“Smettetela di massacrarmi la testa!” gridò la ragazza. Il farfallone chiuse gli occhi e disse (come se recitasse a memoria): -“Mi ricordo molto una bambina di nome Alice, che anni fa ho incontrato. Ero ancora un bruco a quei tempi e lei non si ricordava il suo nome… Chissà se tornerà a trovarmi un giorno…chissà.” Il fumo uscì dalla bocca del farfallone, il quale si avvizzì e si seccò come una carta sul fuoco; si afflosciò sul cappello del fungo e smise di respirare. ****************************************************************** CAPITOLO SEI: Alice compassionevole (Nel quale Alice prova compassione per gli altri, e non si accorge che anche gli altri provano ancor più compassione per lei) Alice, era quello il suo nome! Adesso si ricordava chi era (ma rimaneva ancora il mistero di come fosse capitata lì). Senza pensarci due volte, Alice si voltò e continuò per il sentiero, finché si trovò in una bella radura con al centro una casetta. -“Questa dovrebbe essere la casa della duchessa!” si disse. Si avvicinò e confermò quello che aveva detto: era proprio la casa della duchessa. Bussò con forza e le aprì un cameriere (Alice si accorse che quello era un cameriere grazie alla livrea che portava in testa, dato che dalla faccia sembrava un rospo). Alice si schiarì la voce e disse in tono solenne: -“Un invito per la duchessa da parte della regina ad una partita a croquet!” Il cameriere-rospo ripeté la stessa cosa scambiando un po’ le parole (e con un tono un po’ triste): -“Da parte della regina. È un invito ad una partita di croquet per la duchessa!” Alice (che al gioco ci stava) ripeté la stessa cosa scambiando ancora le parole: -“Un invito ad una partita di croquet da parte della regina per la duchessa!” Il rospo si sedette sui gradini e guardò un punto fisso sulla terra. -“Cosa fai? Non consegni questa lettera alla duchessa?” domandò la ragazza. -“Fallo tu…io non so fare più nulla ormai…ormai…ormai…ormai…ormai.” Rispose il cameriere-rospo. Alice bussò. -“È inutile che bussi, tanto non ti sentono.” Osservò il cameriere. La ragazza, allora, spinse con forza la testa. La prima cosa che Alice percepì fu il forte odore di pepe. Successivamente si guardò intorno: al centro della stanza c’era una bara e su di essa una donna vecchia e grassa fischiettava (doveva essere la duchessa). Aveva in mano una scatola di pepe e non faceva altro che gettarlo un po’ alla volta nella bara (e sullo scheletro che ci stava dentro). Mentre la duchessa era intenta a “condire” lo scheletro, un uomo grassottello e sorridente le correva intorno. Alice si avvicinò alla duchessa e, inchinatasi (da brava ragazza) le porse la lettera. -“Oh, guarda chi c’è! La mia cara bambina!…Porcellino!” Quest’ultima parola venne pronunciata con tale violenza che Alice ebbe un sussulto (e le parve di vivere un deja vu). Solo in un secondo momento si accorse che Porcellino non era altro che l’uomo che correva per la stanza (doveva essere il figlio della duchessa). La duchessa aprì la busta e lesse il messaggio. -“Una partita a croquet, una partita a croquet!” urlò felice “Io e la regina litighiamo sempre quando giochiamo a croquet e lei finisce sempre col tagliarmi la testa…sapessi com’è difficile riattaccarsi la tersa in questi ultimi tempi!” -“Ma allora perché continuate a trovarvi se litigate ogni volta!” domandò Alice. La duchessa rispose: -“Perché siamo grandissime amiche!” Tutto questo pareva un po’ troppo assurdo per la povera ragazza che, cercando di deviare il discorso chiese: -“Di chi è quello scheletro?” La duchessa scoppiò in lacrime -“Della mia povera cuoca!” -“Oh, mi dispiace…com’è morta?” la duchessa si voltò e sul suo viso era comparso un sorriso così forzato che Alice prese quasi paura. E così sorridente cominciò a cantare: “Alla cuoca imprudente il pepe piaceva nel brodo bollente gettarlo sempre voleva!” CORO: (al quale si uniscono Porcellino e lo scheletro) Ueh! Ueh! Ueh! Al momento di cantare la seconda strofa della canzone, la duchessa cominciò ad afferrare tutti gli oggetti che le capitavano in mano (compresa la scatoletta di pepe) e li gettò un poco alla volta fuori dalla finestra. Il rumore era così assordante che Alice riuscì a sentire a malapena le parole della canzone: “Un brutto dì il pepe era assai la cuoca morì coi polmoni nei guai!” CORO: Ueh! Ueh! Ueh! La duchessa aveva finito tutti gli oggetti della stanza e così gridò: “Vado a prepararmi per la partita a croquet!” e si diresse in camera sua. Alice si avvicinò alla bara e contemplò lo scheletro: -“Che storia triste!” si disse “Mi dispiace cuoca: non si dovrebbe mai eccedere con le cose che piacciono, il troppo…” -“Uccide!” gridò lo scheletro interrompendo il proverbio di Alice e facendole prendere uno spavento. La ragazza non fece in tempo ad aprire la porta per andarsene che un grosso maiale uscì prima di lei dandole uno spintone. -“Se il figlio della duchessa continua a diventare un maiale, finirà che un giorno rimarrà in quel corpo animale!” osservò il cameriere-rospo. ****************************************************************** CAPITOLO SETTE: Alice sepolta (Nel quale Alice pensa alla realtà, per quanto reale può essere un pensiero) La nostra Alice cominciò a correre per la foresta buia, era allegra, annoiata, non lo sapeva. Era intenta a tornare a casa del coniglio bianco, ma inciampò su qualcosa e cadde a terra. Si voltò e vide un grosso gatto disteso a terra, in fin di vita: Alice lo prese in braccio e lo depose sull’erba fresca. -“Io ti conosco, povero gatto persiano!” disse lei. -“Anch’io ti conosco cocchina!” rispose il gatto. Per la verità egli non era morto, stava solo sonnecchiando. -“Finalmente qualcuno che ha un po’ di cervello!” pensò la ragazza. -“Come mai sei tornata qui, cocchina, forse il mondo mortale non ti basta?” disse il gatto mentre si leccava le zampe. -“No, non lo so…per la verità non ricordo niente prima del mio arrivo in questo posto”. -“È ovvio, nessun adulto può entrare nel mondo delle meraviglie, tu non sei realmente qui!” -“E dove sono allora?” -“Nel paese dei sogni morenti, cocchina!” -“Ho sbagliato…” -“Esatto!L’unico modo di entrare qui è diventare adulti, sbagliare e…” -“E…?” -“…e morire!” -“Io non sono morta! Non sono morta!” Alice cominciò ad alzare la voce. -“Calmati cocchina, devi abbandonarti all’inevitabile. Sei viva, ma per poco. La voce del gatto si mutò in quella di una bestia, con una voce profonda, cupa e gutturale disse: “Benvenuta nel mondo degli schiavi!”. E il gatto sparì. Un po’ sconvolta, Alice si incamminò: la foresta sembrava più nera anche se non lo era e un pensiero le sfiorò la mente. -“No, non può essere successo!” pensò. -“È successo eccome!” sibilò una voce. ****************************************************************** CAPITOLO OTTO: Alice e le teste (Nel quale Alice incontra il suo lato autodistruttivo, che per poco non la convince ad annullarsi) Nel suo tragitto Alice aveva continuato a correre, confusa e piena di brutti pensieri: il cielo si era oscurato e il sole non c’era più. Inciampò una seconda volta su qualche cosa; in un primo momento Alice pensò che fosse di nuovo il gatto persiano e così si voltò dicendo: -“Smettila di seguirmi…” ma il gatto proprio non era. -“Lo sapevo, cara, che un giorno non sarei più riuscita ad attaccarmi al corpo!” Borbottò la testa della duchessa che stava in quel momento rotolando verso casa. Alice continuò a camminare e arrivò nel giardino delle carte. C’era sangue dappertutto. Corpi senza testa e viceversa. Nessuno era morto, poiché gli occhi delle teste guardavano impaurite Alice e tentavano di salterellare lontano da lei. In mezzo al giardino di teste c’era un gazebo e dentro ci stava qualcuno. Alice camminò per il viale tentando di non calpestare nessuno; quando fu a pochi passi dall’altare si accorse chi c’era dentro: era lei. Non fraintendetemi: c’erano due Alici in quel momento: una ai piedi dell’altare e una all’interno, munita di un’accetta insanguinata e di una corona. -“Inchinati davanti alla tua regina!” sibilò l’Alice del gazebo. -“Non mi inchinerò davanti a me stessa!” rispose l’altra. -“Come ti permetti insolente!? Io sono la regina di cuori, devastazione, morte della piccola mente umana!” E a quel punto l’Alice-regina alzò l’accetta in aria e si scagliò contro l’altra Alice. Questa schivò il colpo e fece cadere la regina a terra. -“Tagliatele la testa!” urlò questa. -“Hai ucciso tutti” disse Alice “come puoi pretendere che qualcuno ti senta?” -“Ho ucciso tutti, e allo stesso tempo tutti sono vivi…Cosa sono?” domandò l’Alice regina all’altra Alice. Quest’ultima non rispose, terrorizzata da quel personaggio spietato e triste che le stava ai piedi. Alice-regina guardò Alice, e sorridendole sospirò: -“Io sono dolore.” Alice non fece in tempo a fermarla che la regina alzò l’accetta in aria e la fece ricadere sul suo collo. La testa rotolò nel prato e uno schizzo di sangue inondò il volto di Alice. ****************************************************************** CAPITOLO NOVE: Alice urlante (Nel quale Alice deve ammettere di amare la sua paura, per quanto amore si può riservare per questa) E in quel momento un grido le lacerò la gola uscendo di sua spontanea volontà. Il cielo divenne nero e i lampi si abbatterono sul paese. Alice cominciò a correre e a correre nella valle di teste e corpi decapitati. Mentre correva col volto bagnato dal sangue, la testa della regina di cuori la stava rincorrendo rimbalzando in ogni dove. E d’un tratto Alice cessò di urlare, perché si era resa conto che non era sola. La nebbia era calata come la bonaccia e una grossa ombra si abbatteva sui cadaveri delle carte da gioco. Era la bestia, il lungo capo ondeggiava nell’aria e dalla sua bocca usciva, veloce come la lingua del camaleonte, un’altra piccola testa munita di forti ganasce che afferrava e staccava grossi pezzi di carne morta dai cadaveri. Non è un sogno, pensò Alice e così dicendo si nascose tra le teste. Il mostro si muoveva con passi regali, affascinanti e allo stesso tempo il suo sorriso era raccapricciante. La cosa che colpì maggiormente Alice era l’assenza degli occhi, in diversi momenti alla ragazza sembrò che la bestia la guardasse, ma non poteva esserne certa. Come l’eco di un rantolo, la voce della bestia risuonò -“Alice!” Questa si alzò e camminò verso il mostro. La sua natura le fu più chiara, le fattezze da xenomorfo le parvero più sensuali e senza accorgersene si trovò di fronte la lunga testa dell’imperatrice aliena. La bocca ghignante si spalancò e la testa dentata ne fuoriuscì ricoperta di bava e muco nero, accarezzando maternamente Alice. Lei non era terrorizzata, non sapeva dove e come aveva già conosciuto quel mostro; le zampe l’abbracciarono e Alice si strinse a lei: -“Portami via” disse Alice. ****************************************************************** CAPITOLO DIECI: Alice apatica (Nel quale Alice rinnega la sua dilagante malattia, per quanto la si possa rinnegare) Mentre i due esseri si innalzarono nel cielo nero, sotto di loro il paese delle meraviglie crollò, risucchiato da se stesso e al suo posto un grosso gorgo nero invase i corpi celesti. Solo il fischio di un botto rimase percettibile nell’aria per alcuni minuti, mentre Alice guardava i suoi mondi di sogni distruggersi. Sapeva che ciò era accaduto per colpa sua, nel momento in cui si era unita all’imperatrice aliena, ma non le importava. Rimase aggrappata al corpo ossuto della creatura, lasciando che il gelo le ibernasse la mente. Quando si svegliò si stupì nel vedere una terza Alice distesa davanti a lei. Era in un posto molto candido, pulito, silenzioso ma triste. La terza Alice non assomigliava all’Alice-regina e nemmeno all’Alice che in quel momento la osservava incredula. Era bianca, avvolta da un vestito dello stesso colore. I suoi occhi erano chiusi e un tubo le entrava in bocca, permettendole di respirare; intorno a lei, c’erano le macchine, quadrate, statiche e senza pietà. Alice non fece nulla, stette lì a osservarsi in quel camice da ospedale, morta ma viva, e in quel momento il suo viaggio le fu chiaro. Poi vide una donna dal volto dolcissimo che piangeva al piedi dell’Alice bianca. Alice aveva già visto il suo volto. -“Chi è?” domandò. -“È tua madre” rispose l’imperatrice aliena che in quel momento sbucò da una porta. Si avvicinò alla donna e appoggiò la lunga testa contro la sua. -“Non possono vederti, come tu non stai vedendo loro!” -“Io le sto vedendo!” disse Alice “Allora perché non tenti di svegliarti!” rispose l’aliena. Alice guardò Alice. Non si muoveva per niente, sembrava che non respirasse. Poi guardò l’imperatrice e chiese: -“Chi sei tu realmente?” -“Io sono la parte di te che ha preso il sopravvento. Non esistevo, mi hai creata tu…sono la morte dei tuoi sogni, e senza sogni non si può vivere!” Gli occhi di Alice cercavano la realtà, aveva paura di incontrare l’assurdo dolore del passato. -“Hai voluto tu” continuò l’imperatrice “tu hai abusato di me, del mio piacere…quante volte sono entrata nelle tue vene, nel tuo sangue caldo!” -“Smettila, lasciami morire in pace! Vattene!” disse Alice. -“L’eroina non viene dimenticata così facilmente. Non sono un animale domestico, non giochi con me solo quando ne hai voglia: sono io che gioco con te, sono io ad allacciarti l’elastico, sono io a premere quella siringa nel tuo braccio, sono io a decidere se ho voglia di sgusciarti nel sangue, sono io che ti tengo in vita e sono io che ti uccido poco a poco!” ****************************************************************** CAPITOLO UNDICI: Alice tremante (Nel quale Alice si sveglia dal suo sonno, per quanto ci si possa svegliare) -“Basta gridò Alice. Sua madre si voltò verso di lei e chiamò il nome dell’infermiera. Alice aprì gli occhi. Non vedeva nulla: -“Mi fanno male gli occhi!” disse sottovoce (accorgendosi che anche la voce le tremava). -“È da tre anni che non li usi, figlia mia!” disse sua madre. Un’ora dopo Alice era libera dalle catene, dai tubi e dalla macchine che la tenevano in vita, doveva riposare per ricevere delle “notizie” da sua madre. Non riusciva a muoversi (le faceva male dappertutto). -“Stai bene ora?” chiese qualcuno. -“Si” rispose Alice con un filo di voce, per non essere scortese. -“Sono contento” rispose la voce. Alice l’aveva già sentita. -“Ci rivedremo presto, cocchina, presto!” e così dicendo la voce se ne andò, zampettando sul pavimento a mattonelle bianche e miagolando contro le infermiere. FINE del Volume 1 ****************************************************************** Volume 2: Attraverso i frammenti di specchio (e quello che Alice vi trovò) CAPITOLO UNO: Alice in lacrime (nel quale Alice scoppia nella disperazione e la disperazione scoppia in lei) -“Non potrò più correre in bicicletta” si disse Alice quando il medico le annunciò la sua lesione alle gambe a causa del troppo tempo in coma. I giorni trascorsero in malinconia, l’imperatrice aliena rimaneva nel cassetto segreto e Alice non trovava il coraggio di gettarla via. Non trovava il coraggio di uscire da casa, per quanto potesse, e girovagava per le stanze trascinando la sua sedia a rotelle. Quando, in una stanza, incontrò una quarta Alice si meravigliò molto (sapendo di non essere più nel paese delle meraviglie). Ma non era una quarta se stessa, Alice si era guardata allo specchio. ****************************************************************** CAPITOLO DUE: Alice esangue (Nel quale Alice riscopre l’autodistruzione, e le dà la precedenza) -“Uccidimi!” disse la regina di cuori, che era comparsa sullo specchio. -“Non ti ucciderò!” rispose Alice -“Uccidimi o ti perseguiterò” -“Mai, non puoi farlo!” -“Riuscirai a vivere con me? Con l’incertezza se distruggersi o no?” -“Non mi sopporto più, non riesco a vivere con nessuno, nemmeno con me!” -“Allora uccidimi!” insistette Alice-regina. -“Se ti uccido, mi prometti che potrò di nuovo camminare?” -“Te lo prometto, non solo camminerai di nuovo, ti porterò in un paese dolcissimo, dove non esiste il dolore, la tristezza; dove non esiste la corruzione della droga, del razzismo, tutti i mali del mondo non esistono in quel paese!” Alice si avvicinò allo specchio con la sua carrozzella. Alzò le mani e le fece cadere con forza sulla lamina lucente. Si frantumò in mille pezzi che le entrarono nella carne delle braccia, il sangue le uscì felice dalle vene (così che nessuno potesse più entrarci) e Alice cadde a terra, nuotando nei frammenti di specchio. ****************************************************************** CAPITOLO TRE: Alice dolcemente felice (Nel quale Alice torna alla vita, e questa volta nessun commento) La regina di cuori uscì dai frammenti con delicatezza e abbracciò Alice, portandola in alto. E in quel momento tutti le furono accanto: dal coniglio bianco al cameriere-rospo. C’era la vera Marianna e il topo, la duchessa (con la testa a posto) e il saggio farfallone, il gatto persiano e Porcellino, c’era persino la cuoca che miracolosamente era tornata in vita! Alice guardò in basso e vide il suo corpo senza vita. Sorrise, dolcemente felice e disse: -“Che buffa ero, quando appartenevo a quel mondo troppo reale!” FINE del Volume 2 “…D’un tratto le voci sono spente e le creature si fanno più attente: Alice se ne va, non più sola di lei non c’è più una parola. Alice è tornata nell’incredibile fuggendo dal mondo, feroce e impossibile”